Non innamorarsi a Giugno

Se fosse facile non avrei problemi, se fosse facile andrei avanti per la mia strada senza gettare sguardi obliqui ad ogni curva.
Se fosse facile sarebbe un’altra cosa, sarebbe come essere una farfalla che vola per un giorno e non si cura di avere o non avere altro tempo.
Ma non è mai facile; se fosse facile non sarei qui a scriverne, a struggermi per trovare le parole che non sono mai giuste ma che almeno si avvicinino ad esserlo, per dio, almeno.
Se fosse facile mi verrebbe da ridere e potrei scherzarci sopra, dire che è stato tutto uno sbaglio, una burla, un ballo in maschera che dura una notte e poi sparisce per sempre.
Ma poi Giugno arriva e mi prende sempre di sorpresa, com’è che succede sempre così, com’è che così succede sempre a me?
Arriva dopo Maggio e già questo sarebbe abbastanza – perché io amo Maggio ma con lui non ci so stare, lo amo eppure lo voglio sempre lasciare, in qualche modo, lo amo anche se mi ricorda che il tempo che mi resta è un numero finito, per questo con Maggio non posso stare. E Giugno arriva come un principe con tanto di cavallo bianco e viso pulito, un viso di sole tenero a cui vorrei solo lasciarmi andare. E mi lascio andare: Giugno mi vede sempre con le gote arrossate ed il cuore in disordine. Giugno non mi ama come Maggio perché non lo sa fare, ma almeno non mi fa così tanto male e spesso anche solo questo sembra abbastanza.
Giugno mi cammina accanto senza prendermi la mano, eppure mi guarda con quel suo fare accattivante e un po’ sornione, irresistibile, cosa dovrei fare?
Giugno mi vede sempre passarmi le mani tra i capelli ed alzare il viso verso la musica, dove si balla?, andiamo a ballare saltare cantare, senza mai più pensare.
Ed anche questa volta penso che mi lascerò andare, nonostante il destino di Giugno sia di passare e poi sparire, lasciarmi con l’afa che mi toglie l’ossigeno ed un vago ricordo di qualcosa che avrebbe potuto essere felicità, se solo.
Anche questa volta, amore mio, verrò a ballare. Anche questa volta voglio dimenticare che innamorarsi è difficile, che il cuore è un silenzio ed il deserto incombe, che le stelle sanno essere fredde e la rosa fa sentire le sue spine sulla mia pelle.
Anche questa volta, lo sento già, anche questa volta, Giugno, mi troverai con l’anima smossa e gli occhi pieni di vaga speranza.
Anche questa volta – non so come né quando né perché, ma anche questa volta verrò con te.
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Il sale, il sole, gli occhi, le nuvole, il vento, il cuore

[Isole Pontine, 01 – 05 Giugno 2016]
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Sono ancora così persa nell’azzurro da non poter credere che le stelle ci siano indifferenti: le ho viste farci l’occhiolino dal loro letto di velluto spaziale, mentre giocavamo ad essere funamboli su un muretto qualsiasi e sotto di noi c’era solo il mare.
In realtà, sono convinta che per metter piede sulle isole dovremmo chiedere il permesso allo stridere dei gabbiani ed al colore verde-azzurro dell’acqua contro la roccia bianca della costa – per non disturbare, per non incrinare un incanto che non vuole sporcarsi di umanità.
C’era una festa nel vento quando ci scompigliava i capelli e le certezze, c’era un profumo nel vento che mi è rimasto attaccato al cuore; c’erano gli occhi di mille poeti nel tramonto che accendeva l’orizzonte.
Sono stati giorni tutti di mare, giorni in cui ho trovato il fuoco ovunque: nelle strade assolate e baciate dal calore, con il loro silenzio, il loro torpore, che portano sempre al mare, le sue baie nascoste, i gabbiani, l’orizzonte; negli occhi di chi sorrideva senza motivo, solo per sorridere, il sorriso più puro, il sorriso più raro; nelle notti vive di stelle, dove il buio non sa nascondere i colori, Cassiopea ed i Carri una certezza superflua, di certezze non abbiamo bisogno se abbiamo il mare.
Ho imparato tante cose da una manciata di giorni che valgono più dell’oro, dall’ondeggiare che ti porti dietro anche quando scendi a terra, lo senti nelle ossa e nei muscoli e nelle vene, in tutto quello che hai ti resta quel movimento ritmico che crea equilibri dove non te li saresti aspettati – tra le cose, le persone, il cielo, la vita, le parole, il mare. Il mare, il mare, il mare.
Il mare in cui non resta che tuffarsi, per abbracciarlo tutto con tutti i sensi che ho – e cinque non bastano, andiamo oltre, aggiungiamoci la fantasia e la speranza e la calma e la leggerezza, aggiungiamoci tutto ciò che di migliore abbiamo da offrire, perché il blu è troppo blu e non si merita risparmi.
Ed ogni tuffo è un tuffo al cuore, ogni volta il freddo arriva dritto ai polmoni e per una manciata di secondi non ti fa respirare, e resti sospeso a chiederti se hai fatto bene, ma sopra si apre il cielo ed il mare canta col vento, e tu lo sai, lo sai che non ti rimangeresti nulla. Ed ogni respiro è un’armonia di sale e sole, ogni bracciata una danza d’estate, e nuotare fino allo scoglio, fino alla spiaggia, fino a sentirsi liberi nell’anima.
Ho imparato tante cose e soprattutto che il mare è bello da ballare insieme, sconosciuti per un attimo e poi compagni di avventure, di viaggio, di canzoni sottovoce e parole crociate quasi a caso, portati dalle correnti lontani dalle banalità dei giorni piatti, allegramente persi tra le strane forme delle nuvole ed i ricordi un po’ sfocati della vita a terra, ferma.
Ho visto uno scorcio di cosa sa fare il mare, ed ora non voglio fare altro se non tornare, tornare, tornare. Tornare per ripartire e scoprire di nuovo, tornare a ballare, tornare a tuffarmi senza la zavorra di pensieri inopportuni ed ansie superflue.
Il mare sa incendiare lo sguardo e lenire la mente. Il mare mi è rimasto sulla pelle ancora accaldata dal sole, il mare mi è rimasto tra i pensieri che continuano ad ondeggiare, il mare mi è rimasto dentro e non lo lascerò andare.

Fotogrammi #2 – Song 2

… il sole di primavera, i telefilm in due sere – ma era il ’97, FIFA 98 – io non ci giocavo ma mi ricordo che ci si giocava – era il ’97 – okay forse qua è arrivata un po’ dopo, facciamo che era il ’98 – sei anni, io – diciotto anni fa, adesso – e mi ricordo, me lo ricordo, quell’anno, e sono diciotto anni fa, ho ricordi che hanno ormai raggiunto la maggiore età – ed il sole, c’è sempre il sole ed è sempre primavera quando la sento – il sole, fresco, le finestre aperte, una solitaria tenda bianca che svolazza, la pelle scoperta, l’azzurro profondo, i pomeriggi in bicicletta in campagna, l’estate che quasi quasi arriva, quelle volte che abbiamo parlato tanto da dimenticarci che giorno fosse, quelle volte che abbiamo riso tanto da non stare più in piedi, quelle volte che siamo rimasti in silenzio perché le nuvole avevano già detto tutto, correre solo per farlo, gli occhiali da sole comprati sulle bancarelle, le giornate fuori casa per dimenticarsi degli indirizzi sbagliati, le foto scattate con gli occhi, le farfalle bianche, gli uccelli che già alle quattro di mattina iniziano a cantare, il buio che non ci fa più paura, le gomme da masticare alla fragola che fanno schifo ma c’è sempre qualcuno che ce le ha, anni fa il cinema di pomeriggio in centro, il gelato e la corsa a leccarlo prima che coli ovunque, i negozi vecchi che chiudono e me li dimentico, i negozi nuovi che aprono ed anche quelli me li dimentico, la birra sui tavolini fuori in piazza, le vacanze vuote, le prime serate in maglietta, l’aria immobile e fremente, il profumo della pelle delle persone quando le abbracci forte, gli occhi pieni di mare, il mare pieno di sguardi, il vento pieno di sogni…

[woo hoo]

Ritratto di un viaggio

[25 gennaio 2016. Treno regionale Milano Centrale – Torino Porta Susa]
Ha gli occhi azzurri, teneri, limpidi, puliti, bambini – e venati di una qualche tristezza lontana, nascosta. Le mani grosse, le vene che spiccano, pesanti – ma non prive di grazia: le ho viste impugnare la matita ed accarezzare un foglio di taccuino con tratti dolci e sicuri, frementi, effervescenti di movimento. Disegnavano, le mani, un corpo maschile nudo e teso, magro e nervoso, senza testa.
I capelli biondi, corti, onde morbide, di miele.
Parla al telefono e sento una voce più forte, più ruvida, più bassa della voce che potevo aspettarmi uscisse da labbra così morbide, così delicate, così soffici, così incantate.
I vestiti: grigi – la felpa leggera, chiara; il giubbotto abbandonato sotto di sé sul sedile, scuro – e neri – i pantaloni, stretti; le scarpe, stringate, sportive ma non troppo.
Lo sguardo lanciato lontano sulla campagna fuori dal finestrino; le cuffie (bianche) nelle orecchie, chissà che musica.
Sempre quella tristezza: nell’angolazione a cui le mani si piegano in abbandono; nella linea dritta del naso; nel taglio degli occhi, ombreggiati da lunghe ciglia castane, morbide e languide; in quel miele dei capelli, così naturale nel suo essere totalmente artificiale; nel viso perfettamente rasato, come fosse un manifesto d’intenti, un modo per resistere alla disperazione ed alla disillusione; nei polsi spessi, nelle nocche grosse ed arrossate, nelle unghie mangiucchiate da chissà quali pensieri e preoccupazioni.
Un alone cosmico di malinconia attorno a questa giovinezza pallida, in questo momento eterna, giovinezza quasi come scolorita da un’esposizione prolungata al sole, quasi una maglietta nuova ma già un po’ stinta – i capelli, la pelle, gli occhi.
Una giovinezza che abita la penombra dopo che una luce forte (forse troppo forte, forse opprimente) sia stata spenta.
Una giovinezza che forse non ha più voglia di promettere e rimandare una qualche felicità, una qualche verità.

Che importa chi parla?

“Buongiorno.”
“È buono?”
“Chi?”
“Il giorno. L’hai detto tu. Buon giorno.”
“Ah, giusto. Credo di sì, insomma, ogni giorno è buono.”
“Così sembra come dire che ogni giorno vale l’altro.”
“Infatti è così. Un giorno vale l’altro e nessuno vale poi granché. Ed ogni giorno è buono a qualcosa.”
“E oggi? Oggi per cosa è buono?”
“Non ci ho ancora pensato bene, ma credo che oggi sia un buono giorno per andarsene.”
“Non dire così!”
“Perché no? Non capisco perché così tante persone – persone anche apprezzabili – si scandalizzino quando me ne esco con una frase di questo tipo. Ci si affanna sempre tanto ad affermare la superiorità della verità, ma vale solo per le verità che ci vanno bene, le verità che ci aspettiamo?”
“Non ti seguo.”
“Certo che non mi segui, non è il tuo momento di andartene, è il mio.”
“Ma perché continui a dire così? E con quel tono noncurante!”
“Via via, come dovrei dirlo? Piangendo, strappandomi i capelli, rovesciando gli occhi all’indietro?”
“Non so, ma di certo non come se riguardasse qualcun altro e non te in prima persona!”
“Ovviamente riguarda me, ma alla fine la maggior parte delle frasi che pronunciamo ogni giorno, degli argomenti di cui conversiamo e dei discorsi che ascoltiamo riguardano noi stessi – altrimenti, non ci prenderemmo davvero la briga di prestar loro attenzione, non credi?”
“A sentir parlare te, si direbbe che questa sia una cosa qualunque, una cosa come un’altra.”
“Ma santo cielo, è esattamente una cosa come un’altra! Non capisco tutta la tua apprensione a riguardo – non è certo la fine del mondo, su.”
“Ma come, non è la fine del mondo! Eccome se lo è, ma non te ne rendi conto?”
“Oddio, certo, questa città… Sì, questa città è un mondo che mi dispiacerà lasciare. Ma non importa, ormai la decisione è presa.”
“Ti prego, ti scongiuro di pensare a quello che stai dicendo, a quello che stai per fare! Devi renderti conto che non è un modo di pensare sensato, devi!”
“Sì, lo so che tu sostieni appassionatamente la razionalità e disprezzi le decisioni avventate, ma – scusami tanto – oggi non mi va di essere razionale. Oggi proprio no.”
“Come! Oggi! E dunque prendi una decisione così! Non puoi dire sul serio.”
“Assolutamente sì, dico sul serio.”
“Ma – oddio – no, non puoi! Ti prego, ti prego!”
“Non fare scene, ti prego.”
“Ma come, non fare scene! Come puoi chiedermi una cosa del genere! Non ti rendi conto!”
“Ecco, ora stai davvero esagerando. Non mi sembra davvero il caso di sollevare tutto questo polverone per una cosa da nulla.”
“Una cosa da nulla?! Dio mio, tu deliri! Ti prego di riflettere. Ti prego di ripensarci!”
“No, basta. Ormai è fatta. Te l’ho detto, la decisione è presa. E’ tempo di andarsene, ormai. Sì, è tempo di andarsene. Infatti, ecco il mio treno.”

ALLA FINE CERCAVAMO LA BELLEZZA

Mi resta da capire se i tempi abbiano mai fatto qualcosa per meritarsi il mio rispetto.

Di notte rimango sempre io con le mie lettere spiegazzate, il continuo fastidio delle cose che avrei voluto dire e la promessa di non frenare più le parole.

Diventiamo funamboli quando ce ne dimentichiamo, quando la corda è l’oscillazione del nostro respiro e ci piace camminare e non cadere.

Il mio più grande dramma è non essere innamorata, penso alle tre e mezza di notte, e intanto mi brillano già gli occhi al profumo di questa primavera, un’altra e ancora lei, l’eterno ritorno della Primavera che non ci abbandona a noi stessi.

(“Qual è il peggio che potrebbe capitare?”)

Sono un’unica contraddizione che si contraddice da sola, sono in lotta con me stessa e sono anche la lotta stessa.

Sono le luci dell’alba, ma quante volte vorrei che si lasciasse più spazio all’ombra?

Alla fine, cercavamo la bellezza e l’abbiamo trovata, ma non basta mai e comunque non sappiamo dove stiamo andando ma siamo convinti di andare.

Noi, che siamo nati due volte: una poco prima del millennio, una poco dopo quando ce ne siamo accorti.

Noi, che abbiamo poco più di vent’anni e così spesso invece sembra poco meno.

(“L’adolescenza è uno stato mentale.”)

Per scrivere, basta appoggiare la penna al foglio ed accettare di aver vissuto – anche se in un qualche modo un po’ scomodo, un po’ strambo, un po’ traballante e smozzicato.

Alla fine, cercavamo la bellezza e non ce ne siamo andati finché non ci siamo accertati che esista ancora – anche se nessuno ci ha pagato da bere, anche se chi ci ha sorriso lo faceva per mestiere.

L’amore cambia tutto, quando c’è e forse anche quando non c’è. E qui torna il mio dramma, tornano le mie contraddizioni, le mie lotte, addizioni e sottrazioni.

Anche se nella mia città chiudono i bar e ci aprono le filiali delle banche, anche se non sempre mi riconosco nei frammenti di specchio, anche se le ore di notte sono più corte, anche se i fiumi non sono mai lì dove li aspetti, anche se non so più cosa aspettarmi e cosa pianificare, anche se devo fissare appuntamenti coi pensieri e il parrucchiere e continuo a rimandare.

Anche se la luce mi confonde e mi acceca, anche se avevo sete ancora prima di assaggiare il sale, anche se potrei smettere di guardare quel che poi non mi lascia dormire, anche se non riesco a leggere altro che poesie, anche se i giorni si allenano per la maratona ed io di fretta non so come fare a respirare.

Alla fine, cercavamo la bellezza e là dietro a quella curva c’è sempre stato il mare.

Fotogrammi – Hannah Hunt 2:41

Il vino della domenica, un po’ di sole da tenersi impigliato fra le costole, le canzoni economiche del sabato sera, la sincerità dei dubbi e l’insicurezza dei sorrisi, i ricordi delle montagne, i respiri delle barche ormeggiate al porto, l’ultima sigaretta del pacchetto, la luna in altalena e il ghiaccio sulla giacca, tutti i fiumi che hanno camminato con me, l’odore del legno dell’ostello e lo scricchiolio delle scale nella casa di John, le storie tristi che scrivo per distrarmi e quelle a lieto fine che leggo per commuovermi, le dieci sottili differenze tra sorridere e lasciarsi andare, i libri che ho comprato senza intenzione di leggerli mai, le domande che non ho avuto la faccia tosta di fare, “hey Lolita hey”, Rimbaud che non mi somiglia, le ombre inquietanti delle sedie, le venti stagioni che mi ci sono volute per trovare un coraggio qualsiasi, le conclusioni che non so né tirare né spingere né stendere né lavare, i biglietti del cinema e gli scontrini del gelato in fondo alle tasche con gli accendini, l’inglese che nella tristezza suona più gagliardo, la moda che torna a solleticare gli ultimi ’70 e i primi ’80, le età anagrafiche che diventano sempre più un numero senza valore, la paura di non trovarsi mai a posto, gli occhiali da sole a pochi euro sul lungomare, prendere di nuovo l’aereo dopo anni, “ivory and gold”, tutti i nomi che abbiamo dato all’amore pur di non chiamarlo con il suo, l’ultimo Sonetto che ho letto (il CXXIX), Parigi che sa mancare, le disperazioni post-moderne, la nostalgia di anni che non ho mai visto, Achille e la tartaruga, Achille e Patroclo, Achille ed Ettore, Achille il perno della rivoluzione che non si sa come fare, il velluto struggente delle orecchie di H., la mia rabbia assoluta, la mia paura di non essere all’altezza della mia rabbia, il senso del dovere e il senso di colpa, la pioggia arrivata in ritardo, sussurrare che ho paura, i trucchi che non ho mai capito, le vertigini di un trapezista che ha paura del vuoto, le parole semplici che non sono banali, l’odore della mia copia tascabile di “Lolita”, il gusto barocco dell’ornamento, le sfumature al neon delle nebulose, i film che aspetto per anni e poi mi sorprendono, le storie che odi perché fanno male prima di farti bene, le versioni acustiche delle canzoni, le persone che riempiono i taccuini, il mondo che appartiene a coloro che lo danzano, i corpi assoluti dei ballerini, gli occhi del barista il martedì mattina,

 

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